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By Denis Avey con Rob Broomby, E. Cantoni

Una storia vera. period il 1944. Sono entrato advert Auschwitz di mia volontà. È possibile immaginare che qualcuno si sia introdotto volontariamente advert Auschwitz? Eppure, nel 1944, un uomo è stato capace di farlo. Denis Avey è un prigioniero di guerra inglese, che durante il giorno è costretto ai lavori forzati insieme ai detenuti ebrei. Gli basta poco in line with capire quale sia l’orrore che attende quegli uomini, consunti e stravolti, quando los angeles sera fanno rientro al loro campo… Quello che intuisce è atroce, ma Denis sente di voler vedere con i propri occhi: in un gesto che pare folle, make a decision di scambiare los angeles sua divisa da militare con gli stracci a righe di un ebreo di nome Hans, ed entrare nell’inferno di Auschwitz. Da quel momento ha inizio los angeles sua lotta according to salvare l. a. propria vita e quella di tanti altri prigionieri ebrei. Una storia scioccante e commovente che, a più di sessant’anni dalla effective della seconda guerra mondiale, Denis Avey ha finalmente trovato los angeles forza di raccontare. in keeping with testimoniare, ancora una volta, l’orrore dell’Olocausto. Denis Aveyè nato nell’Essex nel 1919, si è arruolato nel 1939 nell’esercito britannico e ha combattuto nel deserto durante los angeles seconda guerra mondiale. Dopo essere stato catturato, viene trasferito prima in Italia e poi nel campo di prigionia vicino advert Auschwitz III. Alla advantageous del conflitto, riesce tra mille peripezie a tornare nel Regno Unito, dove vive tutt’ora. È stato insignito dall’ex Primo Ministro inglese, Gordon Brown, della medaglia d’onore come eroe dell’Olocausto. Grazie a Rob Broomby, giornalista della BBC, los angeles storia di Avey è finalmente diventata di pubblico dominio, prima con un documentario e poi con un libro tradotto in tutto il mondo.

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Poi, a pochi metri di distanza, il telo di una tenda si spalancò, proiettando un fascio di luce. Noi eravamo ancora nell'ombra, ma a quel punto non avevamo più scelta. Capimmo all'istante che bisognava andare avanti. Nel deserto le uniformi di entrambi gli schieramenti erano logore e scolorite, e nel buio non era facile capire che eravamo nemici, malgrado i nostri cappelli di lana scura. Gli italiani invece portavano di tutto: in uno degli accampamenti conquistati trovammo persino delle retine per capelli.

Il capitano Tom Pearson era al comando, e diede l'ordine di preparare un campo minato. Avemmo appena il tempo di prendere posizione prima di avvistare il pieno dispiegamento delle forze nemiche. Una brutta sorpresa aspettava gli italiani che sbucarono all'orizzonte. Convinti che la prima postazione alleata si trovasse ad almeno 160 chilometri di distanza, credettero che quelli davanti a loro fossero veicoli amici finché i nostri non aprirono il fuoco. Dev'essere stato uno shock. Uscirono di strada, cercando di levarsi dalla linea di tiro, poi iniziò lo scontro vero e proprio.

Tutte quelle esercitazioni alla baionetta in patria non mi avevano preparato a uno scontro del genere. Durante l'addestramento, le urla, le grida di battaglia e l'aggressività avevano lo scopo di insegnarti a reagire in modo automatico, senza fermarti a riflettere. Eppure, nel mio caso, era andata in tutt'altro modo: un colpo sferrato alla cieca nel silenzio più assoluto, e in quella tenebra avevo sentito il peso di un corpo che perdeva le forze. Si era trattato di lui o di me. È questa la regola nella dannata guerra.

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